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Sandro Pezzelle - “Fuori solo la notte”

Sembrava tutto così reale. Io che entravo in casa tua, in punta di piedi, una casa che non ho mai visto, di tre piani.
Mi richiudevo la porta alle spalle e muovevo qualche passo lungo il corridoio. Dentro, gente dappertutto. Persone che si muovono alla rinfusa, bambini che corrono e si rincorrono, alcune anziane che lavorano a maglia. Mi guardavo intorno senza che nessuno mi guardasse. Com’era possibile? Un gran trambusto di persone che si muovono, ridono, parlano intorno a me senza che io possa essere visto. Ehi!, provai a gridare. Senza che io possa udire alcun suono. Mi addentrai verso la cucina, e in un angolo ti vedevo tutta sola, seduta su di una poltrona che a prima vista mi sembrò bianca. Eri rannicchiata su te stessa come una bambina, le ginocchia strette al petto e i capelli lisci sul viso. Tra mille persone i miei occhi non vedevano che te. E tu mi guardavi. Mi avvicinai e ti presi tra le braccia. Non pesavi niente. Io ti stringevo per paura che cadessi. La casa diventava sempre più grande, e me ne rendevo conto lanciando lo sguardo tutto intorno a me. Le stanze sembravano moltiplicarsi, e poi scambiarsi di posto. Alcune finestre che un attimo prima non c’erano di tratto comparivano e venivano trafitte dal sole. Indossavi un pigiama morbido, rosa e grigio, le mie mani ne venivano dolcemente accarezzate. Improvvisamente si apriva una maestosa rampa di scale, tra il soggiorno e la sala da pranzo. Senza alcun indugio la prendevo e cominciavo a salirla scalino dopo scalino. Tu mi guardavi ancora, con quegli occhi che sembravano voler essere più grandi del viso, ma di tanto in tanto le palpebre ti tradivano e accennavano a scivolare giù. Sorridevo e correvo. La rampa di scale col tappeto rosso e i paletti dorati ad ogni gradino si faceva sempre più stretta. Poi diventava una scala a chiocciola con gli scalini di legno. Io continuavo a correre. E a sorridere con te. Un istante dopo ero fermo immobile sul pianerottolo. Avevi appena chiuso gli occhi, capii che eravamo arrivati. Spalancai l’unica porta chiusa ed entrai in camera. Non c’erano dubbi che fosse tua. Ti misi a letto lasciando che il tuo corpo scivolasse dalle mie braccia.
Non pesavi niente. Ti rimboccai le coperte e ti scostai i capelli di lato, dietro l’orecchio. E ti guardavo sognare. Ad un tratto il tuo letto se ne andò come un razzo verso la finestra, e con te il comodino la lampada la scrivania, poi la camera e tutta la casa.

Mi incollo al sedile per non essere sbalzato in avanti, le mani ben salde sui braccioli.
Dove siamo?
Il treno ora è fermo ma non siamo ancora arrivati. Le tue labbra si increspano mentre mi rispondi sottovoce.
Sembrava tutto così reale… Vorrei poterti stringere di nuovo tra le braccia e scendere milioni di scale. Ma io non ti conosco. So solo che tra mille persone i miei occhi non vedono che te. Che il treno ora è ripartito veloce e fuori c’è solo la notte. So solo che non pesavi niente.
E tu mi guardavi sognare.
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